Pamir Highway

Pamir Highway      17 giorni – 1282 km

PAMIR HIGHWAY

Conosciuta con la sigla M41, la Pamir Highway è la seconda strada, dopo la Karakorum, più alta al mondo e fa parte della ricca rete stradale della via della seta. Malgrado sia designata come “strada principale”, è molto trascurata e in certi punti è gravemente danneggiata da erosione, smottamenti e valanghe. Una strada senza interruzioni che serve tutta la regione autonoma del Gorno-Badakshan cuore del Pamir. La strada parte da Mazar-e Sharif in Afghanistan, e prosegue verso nord attraversando l’Uzbekistan per poi entrare in Tajikistan. Una volta arrivati a Dushanbe, capitale del Tajikistan inizia la parte impegnativa del tracciato che attraversando tutto l’altopiano del Pamir, termina ad Osh in Kirghizistan. Di solito i ciclisti con 15-20 giorni a disposizione, scelgono la tratta Dushanbe – Osh o viceversa.

Il nostro viaggio inizia proprio dalla capitale del Tajikistan, Dushanbe situata a circa 800 metri di quota. Una città moderna che offre servizi a 360 gradi per i visitatori, per cui, un eccellente campo base per chi si vuole avventurare in centro asia. Avendo solo 3 settimane a disposizione, partiamo con già una tabella di marcia ben definita e con solo un paio di giorni come cuscino in caso di emergenza. Il piano iniziale era quello di arrivare a Khorog e da li scendere verso la valle del Wakhan, ma a causa di forti ritardi sulla tabella di marcia, abbiamo optato per continuare sulla M41. I km totali sono quasi 1300 con un dislivello che può variare dai 22.000 ai 23.000 metri. Il tratto Dushanbe-Khorog è sicuramente quello più impegnativo dal punto di vista del traffico e del fondo stradale che è quasi interamente in pessime condizioni. A causa della scarsissima manutenzione stradale, bisogna fare molta attenzione a buche e pietre sparse un po’ ovunque in molti tratti. Ad eccezione del tratto che da Dushanbe porta a Obi-Garm, il resto è quasi interamente sterrato e molto polveroso, questo ha reso difficile la nostra marcia, costringendoci a fare tappe più brevi.

AMBIENTE E CLIMA

Il Pamir è un altopiano costituito da catene montuose che si estendono su tutto il territorio. La conformazione brulla e stepposa, rende questo luogo affascinante ed allo stesso tempo inospitale. Distese desertiche cosparse da arbusti tipico delle steppe e circondate da imponenti montagne spigolose che toccano i 7000 metri fanno da scenario. La fetta di territorio che da Dushanbe porta a Khorog è più verdeggiante, qui i villaggi vivono di agricoltura grazie anche all’approvvigionamento idrico del fiume che separa Tajikistan e Afghanistan e pastorizia, soprattutto ovini. Il clima è alpino, le estati sono corte e fresche e gli inverni lunghi e rigidi, motivo per il quale bisogna fare bene i calcoli su quando andare. Sulla strada per Khorog si affronta un impegnativo passo a 3252 metri che porta, dopo una lunga discesa ad una piccola cittadina Kalai Kumb, crocevia di scambi commerciali. Questo è un ottimo punto dove poter riposare e fare scorte alimentari.

LA GENTE

Sia lungo la strada, che nei piccoli e grandi centri urbani abbiamo notato un sincero interesse nei confronti del turista “fai da te”. La popolazione tajika è sempre molto cordiale disponibile e simpatica, soprattutto i bambini che non vedono l’ora di correrci dietro mentre passiamo in bicicletta, allungando il braccio per darci il “cinque”. Ogni volta che si transita davanti a piccolo villaggio, sono diverse le persone che ti vengono incontro offrendoti ortaggi e frutta o semplicemente ti chiedono di accomodarti a casa loro per bere una tazza del loro thè. La curiosità è tanta, sia da parte nostra che loro, ma purtroppo con i giorni contati, molto spesso abbiamo a malincuore rifiutato l’invito. A parte 4 notti in tenda, il resto le abbiamo trascorse ospitati a casa della gente che, per una piccola somma di denaro, mette a disposizione la loro casa e ti accomoda in una stanza. Le “homestay”, cosi sono chiamate questi bed&breakfast, che in alcuni casi sono delle vere Yurta, tipica casa dei nomadi. Il cibo principale dei Tajiki consiste in zuppe di patate, carote, aglio e peperoni gialli accompagnate da pane fatto in casa, uova e biscotti con marmellata di ciliegie. Nelle homestay dove siamo stati noi non esistevano menù, il pasto è unico per tutta la giornata. Per provare pietanze diverse bisogna arrivare in centri più grandi come Kalai Kumb, Khorog e Murgab. Vivere a stretto contatto con la gente del posto è un’esperienza che bisogna sempre fare in ogni luogo che si visita. Il confronto con le persone, il dialogo, osservare abitudini e stili di vita diversi dai nostri, è scuola di vita.

Khorog si trova a 2200 metri di quota, apre la strada verso la parte più in quota del Pamir. In 2 giorni di viaggio raggiungiamo i 3600 metri di quota e da cui per più 500km la strada non scenderà mai sotto i 3800 metri. Lo scenario in quota è totalmente diverso da quello vissuto nella prima parte del viaggio. Qui, sembra di essere sulla luna. Pianure di roccia in quota, altissime montagne, paesaggi aspri e a volte, quasi cattivi, sono la costante per diverse centinaia di chilometri. L’altitudine, ovviamente è una costante da non sottovalutare anche perché i passi da affrontare oltre i 4000 metri sono 6, il più alto è l’Ak Baital Pass a 4655 mt. La nostra buona intenzione di dormire in tenda purtroppo è stata un’opzione da prendere in considerazione solo in caso di emergenza. A fine settembre inizia a fare freddo e noi non eravamo equipaggiati a dovere per affrontare temperature che in alcune notti sfioravano i -10 gradi centigradi. Se non si vuole dormire in tenda bisogna però riuscire a raggiungere in giornata i pochi centri abitati le Pamir: Jelondy, Alichur, Murghab e Karakoull. Le distanze possono superare anche i 100km, che a quelle quote e in caso di vento contrario, la giornata potrebbe risultare veramente impegnativa. Tra tutti i passi, l’Ak Baital è quello che ci ha messi più alla prova. Una lunghissima salita che da Murghab arriva fin sopra il passo e da li, le soluzioni sono due: pedalare una sessantina di chilometri verso karakoull o come nel nostro caso, fare un accampamento di emergenza dentro delle antiche rovine di pietra a quota 4110 metri. A karakoull troviamo ospitalità in una Homestay che abitualmente accoglie turisti stranieri che visitano il Tajikistan in fuoristrada. Rimaniamo infatti sorpresi quando a tavola, la padrona di casa ci porta un piatto di fusilli cotti nella verdura, un piatto insolito ma molto gradito. Rimaniamo nel villaggio un giorno in più per riposare e viverci un poco il clima della vita locale, osservare come le cose lentamente vanno avanti e il vento che da ovest soffia verso est, sia l’unico rumore dominante.
Due sono i passi oltre i 4000 metri che mancano prima di entrare in Kirghizistan e fare tappa a Sary Tash. Passato il confine Tajiko, si entra in una fetta di terra chiamata “no man’s land, la terra di nessuno”. Sono 20 chilometri di strada in cui non esiste alcuna giurisdizione, nessun stato ne è padrone. Arrivati a Sary Tash incontriamo 2 cicloturisti con i quali avevamo fatto amicizia giorni prima, Ben un australiano e Alex un tedesco. Appena si entra in Kirghizistan si notano subito evidenti differenze. Le strade sono curate e ben mantenute, le abitazioni sono ben edificate, sicuramente a livello di benessere il Kirghizistan è un passo avanti. Scendendo di quota, il paesaggio torna a essere più verde, il bestiame che gira per i campi e per strada è molto più frequente, la distanza tra i paesi diminuisce, insomma, pian piano che ci si addentra nel paese sembra di andare incontro a qualcosa a noi più familiare. L’arrivo alla città di Osh è nel totale traffico cittadino, smog, clacson e un via vai di motorini e camionette. Qui termina la nostra avventura, soddisfatti e con tante lezioni di vita nel nostro bagaglio culturale. L’unico rammarico è stato non aver avuto più tempo da dedicare a certe zone nascoste nel Pamir…. Chissà, magari è la scusa per tornarci!